Il più potente dei mezzi di comunicazione
Inventata nella prima metà del 20° secolo come evoluzione della radio, la
televisione è il mezzo di comunicazione che ha avuto l’impatto più forte e rapido
sulla vita quotidiana e sull’economia.
È diventata la forma di intrattenimento a cui le famiglie dedicano più tempo. Nata
grazie al lavoro di molti inventori, la televisione è stata prima un dispositivo
elettromeccanico e poi elettronico.
UN’INVENZIONE COLLETTIVA
Dal punto di vista tecnico, la televisione è un’evoluzione della
radio, in quanto utilizza le onde elettromagnetiche per far viaggiare su grandi
distanze, oltre ai suoni, anche le immagini.
La prima forma di televisione – molto diversa dall’attuale – era elettromeccanica.
Venne brevettata nel 1885 da uno studente tedesco, Paul Gottlieb Nipkow, che
inventò il principio alla base della televisione odierna, della suddivisione
dell’immagine in unità più piccole che possono essere trattate e trasmesse
separatamente. Il sistema di Nipkow utilizzava un disco su cui erano ricavati fori
disposti lungo una linea a spirale. Durante la rotazione, la luce che attraversava i fori
del disco raggiungeva in modo intermittente una fotocellula in selenio posta
dall’altra parte del meccanismo. La capacità del selenio di condurre corrente elettrica
(elettricità) varia in base alla luce che colpisce questo materiale. Quindi, la rotazione
del disco suddivideva la scena in tanti piccoli riquadri, corrispondenti ai fori, e
produceva variazioni di corrente elettrica per ognuno di questi riquadri. La stessa
corrente elettrica, all’altro capo del meccanismo di trasmissione, serviva a modulare
in modo inverso una sorgente di luce per ottenere un’immagine fissa da proiettare su
uno schermo.
LA TELEVISIONE ELETTROMECCANICA
La prima vera e propria televisione in grado di trasmettere immagini in movimento si
deve però all’ingegnere scozzese John Logie Baird, che la chiamò radiovision. Le
sperimentazioni di Baird iniziarono nel 1923 e condussero sostanzialmente a
un’evoluzione del meccanismo inventato da Nipkow. Nel 1925 lo scozzese fondò la
prima società televisiva del mondo.
IL TUBO A RAGGI CATODICI
Un passo decisivo verso la televisione moderna, elettronica, fu l’invenzione del tubo
a raggi catodici, sviluppato e perfezionato nel corso di diversi anni dal russo
Vladimir Zworykin, all’inizio in collaborazione con Boris Rosing, suo docente
all’Istituto di tecnologia di San Pietroburgo. I due costruirono un apparecchio dotato
di un obiettivo analogo a quello delle macchine fotografiche e in grado di mettere a
fuoco un’immagine su una superficie fotosensibile. Colpita dalla luce, questa
superficie emetteva elettroni che, una volta raccolti, formavano un segnale elettrico
proporzionale alla luce ricevuta.
Zworykin chiamò iconoscopio il suo apparecchio, brevettato nel 1932, e in un certo
senso si trattava della prima telecamera. . Il tubo a raggi catodici è
alla base del funzionamento non solo dei televisori, ma anche dei monitor per
computer, almeno fino all’introduzione di quelli moderni a cristalli liquidi.
In Europa, le prime trasmissioni elettroniche iniziarono in Germania nel 1935, e le
Olimpiadi di Berlino dell’agosto del 1936 furono trasmessi per televisione: gli
spettatori di Berlino e Amburgo potevano assistervi in 28 postazioni televisive
pubbliche.
Nel giugno del 1936 iniziarono le prove tecniche di televisione elettronica negli Stati
Uniti, e nel 1941, grazie all’adozione di uno standard comune, la FCC decise di
concedere le prime licenze commerciali.
Il tubo catodico è fondamentalmente un tubo di vetro al cui interno viene creato un vuoto. Ai suoi due estremi sono presenti un polo negativo e un polo positivo. Se all’anodo e al catodo viene applicata una tensione, questi sono in grado di creare un raggio invisibile di elettroni che vengono spinti dal polo negativo a quello positivo, generando appunto il raggio catodico. Il raggio nella sua corsa attraversa un foro e degli elettromagneti, che generano un campo elettromagnetico che permette di focalizzare e guidare il fascio in una direzione specifica. Quando il raggio di elettroni colpisce la superficie opposta che è rivestita di fosfòro (da non confondere con il fòsforo che è un elemento della tavola periodica) si crea l'immagine sullo schermo. Questo perché il fosfòro è un composto chimico che se colpito da luce (o come in questo caso da elettroni veloci) emette fotoni. Un esempio è il composto di solfuro di zinco con il rame che crea il verde oppure tra il solfuro di zinco con dell'argento che genera il blu.
spiegazione funzionamento tubo catodico
https://youtu.be/fwJl4LRKm1k?si=XqgebmLFcf__HyQ1
IN BIANCO E NERO E POI A COLORI
All’inizio le trasmissioni televisive furono solo in bianco e nero, ma già nel 1953 negli
Stati Uniti arrivò la televisione a colori. In Europa, a causa della competizione tra
diversi standard di produzione delle immagini, l’introduzione della televisione a colori
fu ritardata, e solo nel 1967 la BBC iniziò in Gran Bretagna trasmissioni regolari. In
Italia si dovette attendere sino al 1977.
L’odierna televisione a colori si fonda sul principio della tricromia, ossia della
ricostruzione di un’immagine composta da molti colori a partire da tre componenti
fondamentali: rosso, verde e blu. Lo schermo del ricevitore televisivo è composto da
tre gruppi diversi di fosfori, sostanze che, opportunamente colpite dagli elettroni,
riproducono uno dei tre colori primari. I fosfori sono raggruppati in punti di dimensioni
molto piccole e il tubo televisivo comprende quindi tre cannoni elettronici, uno per
ogni colore, che lanciano ciascuno il proprio fascio di elettroni su un punto dello
schermo sollecitando, a seconda dei casi, luce verde, rossa o blu.
SCHERMI A CRISTALLI LIQUIDI
Negli ultimi anni, agli schermi a tubo catodico si sono affiancaIt e poi sostituiti gli LCD
(Liquid crystal display «Schermo a Cristalli liquidi»), che funzionano con lo
stesso principio dei display delle calcolatrici o degli orologi digitali. Sono costituiti da
due superfici, tra le quali, all’interno di celle, è intrappolato un liquido. Ogni cella è
dotata di contatti elettrici: quando viene applicata corrente, la polarizzazione delle
molecole di liquido cambia, e con essa la loro capacità di riflettere la luce o di lasciar
passare quella proveniente da una sorgente collocata dietro lo schermo. In questo
modo si possono realizzare schermi molto più sottili rispetto a quelli a tubi catodici.
COME È FATTA L’IMMAGINE TELEVISIVA
Nella moderna trasmissione televisiva, l’immagine da inviare a distanza viene
scandita (per mezzo della telecamera) in righe. In pratica, l’immagine viene esplorata
punto per punto da sinistra verso destra e dall’alto verso il basso, come una
sequenza di linee sovrapposte.
L’immagine televisiva sfrutta, come quella cinematografica (cinema), il fenomeno
della persistenza delle immagini sulla retina: il nostro cervello percepisce come
movimento continuo ciò che è in realtà una rapida successione di immagini fisse.
Per evitare che questo produca uno sgradevole sfarfallio sono necessarie almeno 50
immagini al secondo, dette quadri. In realtà, poiché la banda di trasmissione
utilizzata dal segnale televisivo non consentirebbe di trasmettere 50 quadri completi
ogni secondo, si procede a una suddivisione in semiquadri: prima vengono scandite
le righe dispari, poi quelle pari. Il segnale televisivo così ottenuto viene trasmesso
nella forma di onde elettromagnetiche modulate, simili a quelle radiofoniche ma su
una banda di frequenza più elevata: la televisione via etere, quella che usiamo in
Italia, impiega le bande VHF (Very high frequencies «altissima frequenza), da 30 a
300 Mhz (1 Mhz corrisponde a 1 milione di hertz), e UHF (Ultra high frequencies
«frequenza ultraelevata»), da 300 Mhz a 3,0 Ghz (1 Ghz corrisponde a 1 miliardo di
hertz). Il suono sincronizzato all’immagine è trasmesso su una banda di frequenza
separata, più bassa, e riprodotto in modo simile a quanto avviene in un ricevitore
radio.
LA PRIME TRASMISSIONI IN ITALIA
Nel nostro paese le trasmissioni televisive iniziarono ufficialmente la sera del 3
gennaio 1954. All’epoca esisteva un solo canale televisivo, le trasmissioni erano
limitate a poche ore della giornata e raggiungevano solo alcune regioni d’Italia.
Bisognerà aspettare fino al 1961 perché il segnale televisivo copra l’intero territorio
nazionale.
Come già accadeva in altri paesi, la televisione italiana venne per molti anni gestita
dallo Stato in regime di monopolio: erano autorizzati a trasmettere solo i canali di
una azienda pubblica, la RAI (Radio audizioni Italia), che d’altronde si occupava già
del servizio radiofonico. La televisione non veniva concepita in questi anni tanto
come uno strumento di intrattenimento, quanto di informazione ed educazione.
Doveva diffondere la cultura anche verso chi non aveva né l’abitudine di leggere né
l’opportunità di andare a teatro. E infatti le prime trasmissioni furono soprattutto
servizi di informazione e spettacoli teatrali mandati in onda in prima serata, cioè
verso le 9 di sera.
Nel 1961 il servizio RAI si espanse con la nascita del secondo canale. Negli anni
Sessanta la RAI iniziò anche a produrre sceneggiati tratti dai grandi classici della
letteratura (come I promessi sposi di Alessandro Manzoni )spesso curati da
importanti registi. Prese piede anche il gioco a quiz, genere in cui divenne celebre
Mike Bongiorno: gli spettatori si appassionarono alle vicende dei concorrenti di
Lascia o raddoppia? e Rischiatutto, Si afferma spesso che la televisione ha fatto la
vera unità d’Italia, un secolo dopo l’unità politica. Ci si riferisce con questo all’unità
linguistica, e in effetti è vero che molti settori della popolazione, nei ceti sociali più
bassi o nelle zone rurali più isolate, iniziarono a parlare l’italiano anziché i dialetti
regionali grazie più alla televisione che alla scuola.
EMITTENZA LOCALE E PRIVATA
Una sentenza della Corte costituzionale, nel 1976, stabilì che le emittenti minori
avevano il diritto di trasmettere in Italia in quanto, operando solo a livello locale, non
violavano il monopolio della RAI. A metà degli anni Settanta il mercato televisivo
iniziò così a popolarsi di emittenti locali; nel 1979 nacque il terzo canale della RAI, a
cui fu data sin dall’inizio una forte connotazione regionale.
Durante gli anni Ottanta l’emittenza televisiva privata lanciò la sua sfida al monopolio
della RAI. Le emittenti locali iniziarono a riunirsi in reti, dette network, che
trasmettevano su più porzioni di territorio gli stessi programmi, comportandosi di
fatto come reti nazionali. Nella prima metà degli anni Ottanta si delineò inoltre quello
che diventerà il più grande gruppo televisivo privato italiano, Mediaset (nome
assunto dal 1986 dalle attività televisive del Gruppo Fininvest), a cui fanno capo le
reti Canale 5, Rete 4 e Italia 1, riunite progressivamente sotto la proprietà
dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Tuttavia, poiché la legislazione proibiva di
ritrasmettere effettivamente lo stesso segnale in contemporanea su tutto il territorio
nazionale – privilegio riservato alla RAI – questi canali non potevano effettuare
trasmissioni in diretta e dovevano utilizzare molte copie su cassetta degli stessi
programmi preregistrati, trasmettendoli con leggere sfasature di tempo tra una zona
e l’altra.
Nell’ottobre del 1984 i pretori di alcune città italiane oscurarono le reti Fininvest
accusandole di violare il monopolio RAI, comportandosi di fatto come reti nazionali.
L’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi varò un decreto legge per consentire a
queste reti di trasmettere fino a che non fosse stata approvata una nuova legge
sull’emittenza televisiva. Era finito, di fatto, il monopolio della RAI: l’etere si apriva
ufficialmente anche ai privati.
COME SI FINANZIA UNA RETE TELEVISIVA
La RAI è un’azienda di proprietà pubblica che gestisce il servizio radiotelevisivo su
concessione dello Stato: è sottoposta a norme e vincoli e al controllo di una apposita
commissione parlamentare, la Commissione di vigilanza sulla RAI. Per molta parte
della sua storia è stata finanziata esclusivamente attraverso il canone
radiotelevisivo, una tassa imposta a ogni cittadino che possieda un apparecchio
radiotelevisivo. Da tempo però anche i canali RAI trasmettono pubblicità
commerciale durante le pause dei programmi, proprio come le emittenti private, e
quindi hanno una doppia fonte di finanziamento.
Al contrario, le reti private sono finanziate solo dalla pubblicità, ed è vitale per loro
poter quantificare il numero di spettatori che assistono a un determinato programma.
Per questo è nato l’Auditel, un sistema di rilevazione degli spettatori televisivi, gestito
da una società posseduta in parti uguali dalla RAI, da Mediaset, dalle aziende
inserzioniste e dalle concessionarie di pubblicità (le società che vendono spazi
pubblicitari alle aziende per conto di giornali e televisioni), con una presenza
simbolica della federazione degli editori di giornali. Il sistema Auditel si basa su un
campione di circa 5.000 famiglie, scelte in base a precisi criteri statistici (sondaggio)
in modo da rappresentare la popolazione generale, nelle cui case viene installato un
apparecchio, chiamato meter, che rileva in ogni momento della giornata il canale su
cui viene sintonizzato l’apparecchio e trasmette il dato alla centrale di elaborazione.
Così vengono calcolati i dati di ascolto che si sentono sempre citare per dimostrare il
successo o meno – il cosiddetto flop – di un programma: lo share, cioè la
percentuale di spettatori che hanno visto quel programma rispetto al totale, e il dato
assoluto in milioni di spettatori, sono in realtà calcolati in base soltanto agli ascolti di
quelle 5.000 famiglie.
ALTRE FORME DI TRASMISSIONE: VIA CAVO E VIA SATELLITE
Negli Stati Uniti la principale forma di trasmissione del segnale televisivo non è più
quella via etere (che utilizza cioè lo spazio libero e antenne per distribuire il segnale),
ma la televisione via cavo. Il segnale televisivo arriva fino all’apparecchio per mezzo
di linee fisse di cavi, simili a quelli telefonici. Rispetto alla trasmissione via etere,
questo sistema permette anche alle televisioni private di far pagare un abbonamento
ai propri utenti, e in cambio ridurre molto (oppure di eliminare del tutto) le interruzioni
pubblicitarie.
Un’altra forma di trasmissione televisiva che negli ultimi anni ha contribuito a
cambiare le regole del mercato è la televisione via satellite.
Inizialmente i satelliti per telecomunicazioni sono stati usati solo come ripetitori, per
portare il segnale di una rete televisiva oltre i confini nazionali: in questo modo, per
esempio, il segnale della RAI raggiungeva gli Stati Uniti e qui, attraverso la normale
trasmissione via etere o via cavo, poteva essere visto anche dalle comunità italiane
di quel paese.
A partire dagli anni Novanta, tuttavia, furono lanciati i primi satelliti DBS (Direct
broadcasting system «Sistema di trasmissione diretta») in grado di emettere un
segnale abbastanza forte per essere captato anche da antenne di dimensioni
contenute, le parabole. In questo modo ognuno può ricevere segnali provenienti
dalle televisioni di tutto il mondo, oppure sottoscrivere un abbonamento a canali
tematici che trasmettono un segnale criptato, e vederli per mezzo di un apposito
decodificatore. Il segnale satellitare può essere trasmesso in formato digitale, il che
consente di offrire una più ampia gamma di servizi e maggiore possibilità di scelta
all’utente, che può persino comprare singoli programmi dall’emittente, come avviene
per le partite di calcio.
In Italia e in altri paesi è stato introdotto recentemente anche il sistema digitale
terrestre, in cui le trasmissioni sono inviate in formato digitale, ma sulla stessa
gamma di frequenze impiegata dalla televisione tradizionale. Possono quindi essere
ricevute dalle normali antenne purché l’apparecchio televisivo sia dotato di un
decodificatore. Rispetto alla trasmissione televisiva tradizionale, il digitale terrestre
ha il vantaggio di consentire l’aumento del numero dei canali a disposizione e di
aggiungere servizi interattivi ai programmi.
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